Il Regno Unito condannato per aver rifiutato la procreazione artificiale a un detenuto.

6 12 2007

La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha condannato in appello, martedì 4 dicembre, il Regno Unito per avere rifiutato a un detenuto, Kirk Dickson, e alla sua sposa, Lorraine, un’inseminazione artificiale.

La Corte ha deliberato, dodici voti contro cinque, che Londra avrebbe violato il loro diritto al rispetto della vita privata e familiare e le ha imposto di versare ai coniugi Dickson 5000 euro per danni morali e 21000 euro per le spese processuali. In prima istanza, per quattro voti a tre, la Corte aveva rigettato la richiesta, stimando che il rifiuto opposto agli sposi non era “arbitrario” o “irragionevole”.

Kirk Dickson, 35 anni, e la sua sposa, 49 anni, si sono incontrati quando erano tutti e due in prigione e sposati nel 2001, dopo la scarcerazione della signora Dickson. Da allora, i due reclamano l’inseminazione artificiale, l’unico mezzo a loro disposizione per avere un bambino: la pena di Dickson scadrà infatti nel 2009, quando per sua moglie sarà troppo tardi per procreare.

Al Regno Unito, che sosteneva “la perdita della possibilità di concepire durante la detenzione”, la Corte ha risposto che tale conseguenza “è evitabile”, in quanto l’inseminazione non costituisce un onere importante per l’amministrazione.

Il governo britannico ritiene che la fede del pubblico nel sistema penitenziario sarebbe compromessa se si autorizzassero detenuti colpevoli di reati gravi (come l’omicidio) a concepire bambini. “E’ chiaro che la punizione resta uno degli scopi della detenzione, ma la Corte sottolinea che le politiche penali europee riconoscono una crescente importanza al reinserimento dell’individuo”, osservano i giudici.

Per Londra, infine, l’assenza di un genitore per un lungo periodo avrebbe un impatto negativo per il bambino: la Corte giudica “legittima” questa preoccupazione. “Tuttavia questa non può pregiudicare il desiderio di concepire un figlio (…) visto che peraltro (la signora Dickson) era in libertà e poteva, fino alla liberazione del marito, prendersi cura del bambino”, scrivono i magistrati.

 

Rafaële Rivais, LeMonde.fr, 06.12.2007
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Il malessere italiano si cristallizza attorno agli stadi del calcio.

14 11 2007

Dopo i gravi incidenti di domenica scorsa negli stadi di calcio, Roma temeva nuovi disordini, mercoledì 14 novembre, in occasione delle esequie del giovane tifoso romano ucciso da un poliziotto.

Martedì i siti internet e i blogs dei principali gruppi ultras della penisola hanno invitato i tifosi a convergere verso la capitale per rendere l’estremo saluto al “povero Gabriele Sandri”. Al di là della spontanea reazione a un torto della polizia, le autorità ipotizzano che alla base dei disordini di domenica sera a Roma possa ravvisarsi una matrice politica.

Il capo della polizia, Antonio Manganelli, ha sottolineato “l’organizzazione militare” degli assalti condotti dai giovani manifestanti contro una caserma dei carabinieri e un commissariato di quartiere. Manganelli ha ricordato che esiste “una forte componente politica a carattere neofascista nei gruppi ultras”. Il sospetto che non si tratti di una semplice violenza legata al calcio è stata ripresa martedì dal ministro dell’interno, Giuliano Amato, davanti la Camera dei deputati: “Nuclei sovversivi alimentano l’estremismo presso i tifosi,” ha dichiarato Amato. “Essi cercano di arruolare numerosi giovani come militanti armati che trovano nella lotta alla polizia la propria identità.”

I quattro ragazzi arrestati durante gli incidenti sono stati accusati di “terrorismo” e potrebbero rischiare fino a dieci anni di carcere. Per il sociologo Franco Ferrarotti, intervistato da Il Corriere della Sera, si tratterebbe di una operazione “sapientemente montanta in reazione a un caso isolato, con l’obiettivo ben preciso di lanciare un attacco contro il potere”.

La polizia è un simbolo dello Stato che è sempre più spesso preso di mira da diversi gruppi di ultras, soprattutto dopo la morte di un poliziotto, avvenuta durante gli scontri di Catania del febbraio scorso. “Tra le forze dell’ordine e i tifosi si è creato nel tempo una dinamica d’interazione negativa”, riassume la sociologa Donatella Della Porta.

I politici si sforzano in maggioranza a circoscrivere il fenomeno all’ambito del calcio, ma comincia ad emergere la dimensione politica e sociale degli avvenimenti violenti degli stadi. “Da noi, non ci sono periferie in rivolta come in Francia nel 2005,” scrive La Stampa, martedì 13 novembre. “Il problema è che le nostre periferie sono dentro i nostri stadi, o meglio, attorno agli stadi.”

“CALDERONE DI COLLERA”

Secondo il sociologo Massimo Ilardi, la violenza ricorsiva del calcio è rappresentativa di un paese mosso da “uno stato di agitazione costante che alimenta un calderone di collera sociale, nella quale si mischiano istanze pubbliche e private”.

Lo stadio di calcio come cassa di risonanza di un profondo malessere politico e sociale? E’ l’analisi di alcune stelle del calcio: “Per il governo ogni occasione è buona per imputare al calcio i problemi della società italiana,” osserva Clarence Seedorf, l’olandese del Milan, il club di proprietà di Berlusconi. “Nella gente c’è malcontento. Alcuni vengono allo stadio per esprimere sentimenti tutt’altro che pacifici, ma non sono legati ad una delusione sportiva. E’ tutta la società che manca di leader e chiarezza.”

Buona metà dei 529 gruppi di ultras registrati dall’Osservatorio sulla sicurezza del ministero dell’interno ostentano chiaramente un colore politico, dall’estrema destra per 72 di essi, all’estrema sinistra per altri 35. Alcuni osservatori, come Franco Ferrarotti, ritengono che questi gruppi sono “forse un partito trasversale in procinto di nascere” nella misura in cui “la politica si scosta sempre più dal suo solco ufficiale”. Studioso del fenomeno ultras, Alessandro Dal Lago è invece dubbioso, perché “essi non hanno alcun progetto.”

Secondo la polizia, molti avrebbero l’intenzione di incontrarsi a Genova, sabato 17 novembre, dove le organizzazioni “no global” manifesteranno contro l’annullamento della commissione d’inchiesta sulle violenze del G8 del luglio 2001, nelle quali un manifestante fu ucciso da un carabiniere.

Leader del movimento “no global”, Luca Casarini ha spiegato che vedrebbe di buon occhio un simile rinforzo: “L’impunità della polizia non è un problema di schieramento politico. E’ un problema di democrazia e indignazione generale.”

 

Jean-Jacques Bozonnet, LeMonde.fr, 14.11.2007
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Quattro boss mafiosi arrestati in Sicilia.

6 11 2007

L’arresto di quattro capi mafia, lunedì 5 novembre, a Palermo (Sicilia), è stato accolto dalle autorità italiane come “un grande passo in avanti nella lotta contro Cosa Nostra”. Tra i quattro “uomini d’onore” sopresi in casa da una quarantina di poliziotti figura in effetti Salvatore Lo Piccolo, 65 anni, boss palermitano ricercato dal 1983. Lo Piccolo è considerato dalla giustizia italiana uno dei più probabili successori alla guida della mafia siciliana di Bernardo Provenzano, 74 anni, il padrino dei padrini arrestato nell’aprile del 2006 nel villaggio natale di Corleone dopo 43 anni di latitanza.

Nel corso dell’operazione, le forze dell’ordine hanno anche catturato suo figlio, Sandro, 32 anni, in fuga da deci anni.

I due altri mafiosi arrestati, Gaspare Pulizzi e Andrea Adamo, fanno anch’essi parte della lista delle trenta persone più ricercate d’Italia. Per la retata, gli inquirenti avrebbero beneficiato della collaborazione del vecchio confidente di Lo Piccolo, Francesco Franzese, arrestato nel mese di agosto. “Si tratta di una giornata straordinaria per la democrazia e la lotta contro la mafia”, ha commentato un entusiasta Francesco Forgione, presidente della commissione parlamentare antimafia.

Le industrie siciliane, che si erano recentemente mobilitate contro il pagamento del “pizzo”, la tassa mafiosa, hanno salutato l’operazione come “l’affermazione della presenza dello Stato”.

In un comunicato, Confindustria afferma che “è necessario intensificare la collaborazione tra le istituzioni, le imprese e la società civile per l’affermazione della legalità”.

Per il ministro della giustizia, Clemente Mastella, “è importante non abbassare la guardia”. In effetti, l’arresto di Lo Piccolo decapita la frangia palermitana ma lascia aperta la guerra di successione alla testa di Cosa Nostra. L’attenzione del pool antimafia è ormai concentrato su Matteo Messina Denaro, il padrino di Trapani, che contendeva a Salvatore Lo Piccolo l’eredità di Provenzano. Secondo i magistrati, la concorrenza tra i due clan sarebbe stata all’origine di quattro omicidi negli ultimi due anni. La situazione è complicata dal ritorno degli esuli riparati negli Stati Uniti durante le guerre di mafia degli anni ‘80. “Sia apre adesso una fase molto pericolosa”, ha ammonito il giudica palermitano Nico Gozzo.

Jean-Jacques Bozonnet, LeMonde.fr, 06.11.2007
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Eutanasia per Giovanni Paolo II? Polemica in Italia sulla “dolce morte” di Karol Wojtyla.

27 09 2007

“Il trattamento terapeutico ricevuto da papa Giovanni Paolo II nelle sue ultime settimane di vita costituisce, secondo i criteri stabiliti dalla stessa Chiesa cattolica, un autentico atto di eutanasia”: Lina Pavanelli, medico-anestesista e professore all’università di Ferrara, persiste dopo aver firmato a metà settembre un saggio intitolato “La dolce morte di Karol Wojtyla”, sulla rivista di scienze sociali MicroMega.

In occasione di una conferenza stampa tenutasi a Roma, mercoledì 26 settembre, la Pavanelli ha confermato la sua teoria secondo la quale l’anziano papa non avrebbe beneficiato di un’alimentazione sufficiente nei due mesi precedenti la sua morte, accelerandone così il corso.

Basandosi sulle informazioni pubblicate dal Vaticano a partire dal primo febbraio 2005, la scienziata mostra come l’attenzione fosse focalizzata sulle difficoltà respiratorie del paziente, tacendo il deficit alimentare provocato da “l’incapacità a deglutire” propria del Parkinson.

A testimoniarlo, secondo la Pavanelli, i 15/19 kg perduti da Giovanni Paolo II dopo il suo secondo ricovero, datato 13 marzo. E soprattutto il fatto che una sonda nasogastrica non sarebbe stata applicata che il 30 marzo, due giorni prima del decesso.

L’articolo di MicroMega desta altrettanto scalpore poiché appare in un momento in cui il Vaticano è intento a precisare, una volta ancora, la sua dottrina in materia di eutanasia.

“EUTANASIA DA OMISSIONE”

Interrogata dalla Chiesa americana riguardo il caso di Terri Schiavo, la donna in stato di coma per cui il marito aveva ottenuto, nel 2005, l’interruzione dell’alimentazione tramite sonda, la Congregazione per la dottrina della fede aveva risposto, il 15 settembre, che l’alimentazione e l’idratazione sono “una cura ordinaria per la conservazione della vita”, e non accanimento terapeutico.

“E’ inaccettabile la loro interruzione o mancata somministrazione”, precisa il documento. “Se una simile decisione determina la morte del paziente, si è allora in presenza di una eutanasia da omissione.”

Nel caso di Giovanni Paolo II, la questione verte sul ricorso o meno a questa alimentazione artificiale. Nel suo libro pubblicato nel 2006, poi in un’intervista al quotidiano La Repubblica del 16 settembre, il medico personale del papa, Renato Buzzonetti, conferma l’installazione della sonda il 30 marzo.

Al contrario, secondo un’inchiesta del Corriere della sera nell’entourage del papa, la sonda sarebbe stata installata prima, ma rimossa ad ogni apparizione pubblica del pontefice.

Un trattamento comunque tardivo, e per giunta discontinuo, “di nessuna utilità al paziente”, insiste Lina Pavanelli. E ha ricordato, mercoledì, come la malattia di Giovanni Paolo II fosse diagnosticato da cinque anni ed ampiamente conosciuta.

“Medici del livello di quelli che seguivano il papa non potevano ignorarlo”, riassume la Pavanelli, prima di aggiungere: “Solo la volontà del paziente a rifiutare il trattamento può spiegare l’azione dell’équipe medica”.

Jean-Jacques Bozonnet, LeMonde.fr, 27.09.2007
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Le forze birmane avrebbero sparato su dei manifestanti.

26 09 2007

Le forze birmane avrebbero sparato “su dei manifestanti” e “si può esser certi che è stato sparso del sangue”, ha affermato ai microfoni di RTL Emmanuel Mouriez, un diplomatico francese in servizio a Rangoon, mercoledì 26 settembre. “Ci sono stati spari da parte delle forze dell’ordine, prima in aria e poi sui manifestanti. Non si può sapere quante siano le persone ferite o morte ma si può essere certi che del sangue è stato versato”, ha dichiarato Mouriez, primo consigliere presso l’ambasciata francese. “Si hanno molteplici testimonianze di gente a terra”, ha aggiunto.

Migliaia di birmani manifestavano, mercoledì mattina, nelle strade di Rangoon nonostante il dispiegamento di poliziotti e soldati. Secondo due testimoni, almeno diciassette bonzi sarebbero stati feriti dalle forze di sicurezza birmane nel quartiere della pagoda Shwedagon.

Monaci buddisti sarebbero stati anche portati via da camion militari, durante i primi arresti massivi effettuati all’esordio delle manifestazioni antigovernative. Secondo un gruppo dissidente in esilio, circa trecento monaci ed altri militanti sono stati arrestati nella più grande città del paese, dove i religiosi hanno sfidato il divieto a manifestare.

EVOLUZIONE CINESE

La Cina, alleata tradizionale della giunta militare al potere, avrebbe da parte sua cominciato a corteggiare l’opposizione birmana e le minoranze etniche che popolano i suoi territori di frontiera col Myanmar, preparandosi a un’eventuale cambio di regime. La Cina ha, in un primo momento, invitato le autorità a preservare la stabilità del paese, promettendo di non intromettersi riguardo gli affari interni. Zi Linn, portavoce dell’NCGUB, un partito di opposizione esiliato in Thailandia, assicura intanto di avere incontrato rappresentanti cinesi l’anno scorso.

Gordon Brown, il primo ministro britannico, ha convocato una riunione d’urgenza all’ONU sulla Birmania. Il suo ministro per gli affari esteri, David Miliband, ha esortato la giunta militare birmana a trattenersi di fronte alle manifestazioni di Rangoon, sottolineando che sarà “ritenuta responsabile” in caso di violente repressioni.

LeMonde.fr, 26.09.2007
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Il giamaicano Asafa Powell batte il proprio record sui 100 metri con 9′74”.

10 09 2007

Apparentemente, quest’uomo ama fare le cose con discrezione. Asafa Powell, perdente illustre dei recenti campionati mondiali di Osaka (Giappone) – dove non era riuscito a piazzarsi che al 3^ posto nei 100 metri, staccato dal suo avversario annunciato Tyson Gay – si è riscattato domenica 9 settembre, durante il meeting di Rieti (Italia), battendo il proprio record sulla distanza in 9′74” (1,7 m/s di vento a favore).

In un pomeriggio ancora estivo, lo sprinter giamaicano ha approfittato della cornice raccolta del piccolo stadio Raul Guidobaldi per migliorare la propria precedente prestazione di 3 centesimi. Ancora, si è permesso di farlo in batteria, allentando lo sforzo a 5 metri dal traguardo e prima di realizzare un altro tempo eccezionale in finale (9′78” con vento nullo). Il piccolo comune laziale, posto a un centinaio di chilometri a nord-est di Roma, dove il meeting ha già registrato sei record mondiali, ha così rischiato di assistere all’improbabile, qualcosa come un tempo al limite dei 9′70”.

“Ho lavorato molto dopo Osaka per correggere tutti i miei errori,” ha raccontato lo sprinter dopo la finale. “Qui, c’erano zero tensione e zero pressione. Ho corso come avrei dovuto fare ai mondiali.” Ed ostentando le proprie ambizioni: “Posso correre in 9′ 68”.”

Asafa Powell, quasi 25 anni, continua dunque a costituire una sorta di anomalia: l’uomo dei record sfoggia un sempre più rispettabile palmarès alla vigilia delle grandi competizioni, le più in vista, dove però la sua miglior performance è… l’anti-performance di Osaka. Quinto ai giochi olimpici di Atene nel 2004, eliminato in semifinale nei mondiali parigini del 2003, il giamaicano non sfugge ai sospetti che gravano la sua disciplina, dove il re di questi ultimi anni, l’americano Justin Gatlin, sta attualmente scontando una sospensione di otto anni per doping recidivo.

Pierre Jaxel-Truer (avec AP), LeMonde.fr, 11.09.2007
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BMW Oracle è eliminata dalla Louis-Vuitton Cup.

22 05 2007

Crollo per BMW Oracle. Di nuovo battuto, domenica 20 maggio a Valenzia, dagli italiani di Luna Rossa, il team americano è stato eliminato nelle semifinali della Luis-Vuitton Cup, la competizione che designa lo sfidante di Alinghi per la Coppa America.

Nel corso delle semifinali, BMW Oracle non ha riportato che una vittoria, contro le cinque degli italiani. Detentori della Coppa America fino al 1983 e vincitori nel 1987, 1988, 1992 e 1995, gli americani non erano mai stati assenti nella finale della Luis-Vuitton Cup. Nonostante il budget vicino ai 120 milioni di euro, il team guidato con pugno di ferro dal neozelandese Chris Dickson non ha saputo prendere il sopravvento su Luna Rossa, équipe più solida ed audace.

ATTEGGIAMENTO MOLTO DIRIGISTA

Larry Ellison, 62 anni, iniziatore e referente principale dei fondi del team americano, non ha l’abitudine di perdere. PDG del gruppo informatico Oracle, ha accumulato una delle principali fortune degli Stati Uniti. Ma, per questo appassionato della vela, questa campagna è uno smacco più cocente rispetto alla precedente edizione, dato che nel 2003 aveva conosciuto sì la disfatta, ma in finale – col medesimo score – contro gli svizzeri di Alinghi.

Per tentare di vincere questa edizione, Larry Ellison aveva messo Chris Dickson, 45 anni, a capo di una squadra di 140 persone, sostenuta finanziariamente e tecnicamente dal gruppo tedesco BMW. Ma, rivestendo al tempo i panni di direttore generale, timoniere e membro influente del design, quest’ultimo ha gravato, per il suo atteggiamento estremamente dirigista, sulle motivazioni e l’innovazione della sua squadra.

Benché forte di uno scafo rapido, Chris Dickson non ha saputo contrastare Luna Rossa, trascinata dal trio formato da James Spithill (timoniere), Torben Grael (tattico) e Francesco de Angelis (skipper). Aggressivo, l’equipaggio italiano ha spinto più volte all’errore il neozelandese. Al punto che, domenica, Larry Ellison ha deciso di rimpiazzarlo al timone con Sten Mohr. Un estremo quanto infruttuoso tentativo. Al miliardario ora resta soltanto l’annuncio di un nuovo team per la prossima Coppa.

Nell’altra semifinale, gli spagnoli di Desafio sono arrivati a vincere la regata di domenica, portando lo score sul 4 a 2 per i neozelandesi. Desafio dovrà mostrare, martedì 22 maggio, la capacità di ripetersi, pena l’eliminazione.

Bertrand d’Armagnac, LeMonde.fr, 21.05.2007
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L’avvenire di Laure Manaudou appeso alle liti tra le federazioni francese ed italiana.

18 05 2007

Regna la confusione più totale attorno a Laure Manaudou, dopo la smentita da parte della Federazione italiana di nuoto, mercoledì 16 maggio, del precedente annuncio fatto dai responsabili della Federazione francese (FFN) che affermavano di aver fissato un programma d’allenamento su misura per la nuotatrice.

All’indomani del loro viaggio a Torino, dove avevano incontrato Laure Manaudou e il presidente della Federnuoto, Paolo Barelli, il presidento della FFN, Francis Luyce, e il direttore tecnico nazionale, Claude Fauquet, annunciavano di aver stabilito “un accordo tra il club che accoglie Laure Manaudou, LaPresse Nuoto, la FFN e la Federnuoto, e che sarà firmato venerdì 31 maggio a Roma”. Secondo i termini di questo protocollo, la Manaudou doveva allenarsi tre giorni su quindici a Verona, assieme al suo fidanzatino, il nuotatore italiano Luca Marin, e per il resto a Torino.

“NON C’E’ PIU’ TEMPO DA PERDERE”

La Federnuoto ha subito smentito la notizia. In un comunicato, il direttore sportivo della squadra nazionale, Gianfranco Saini, specifica che “non è prevista la presenza di Laure Manaudou al centro federale di Verona.”

Questo ripensamento ha spiazzato Claude Fauquet: “Non capisco niente di tutto ciò,” ha reagito il DTN, “attendo di vedere. Ma se ci hanno preso in giro, è terribile.”

Posta davanti al fatto compiuto della partenza della Manaudou, la Federazione francese sperava di aver risolto il problema pianificando le sue condizioni di soggiorno ed allenamento, “la soluzione che sembra più adatta alla situazione”, spiegava, mercoledì, il DTN. E di seguito: “non c’è più tempo da perdere per i giochi olimpici.”

La Manaudou, che “ha preso qualche chilo” ma “si è rimessa seriamene a lavoro” secondo Calude Fauquet, non ha per adesso “ripreso il suo programma abituale”. La giovane ha anche informato il suo allenatore italiano che è sua volontà nuotare i 200 metri farfalla ai prossimi Campionati di Francia, a Saint-Raphaël, dal 24 al 28 giugno.

LeMonde.fr, 17.05.2007
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John de Mol e l’italiana Mediaset riscattano Endemol.

16 05 2007

Senza destare sorpresa, è il consorzio costituito da John de Mol, fondatore di Endemol, il gruppo Mediaset, proprietà della Fininvest di Silvio Berlusconi, e un fondo d’investimenti della banca Goldman Sachs che si è aggiudicato, lunedì 14 maggio, la società di produzione Endemol, messa in vendita dal gruppo spagnolo di telecomunicazioni Telefonica.

Il consorzio ha presentato l’offerta più alta, circa 2,63 miliardi di euro per il 75 % del capitale. Il trio l’ha spuntata su un altro consorzio, che riuniva il produttore Stéphane Courbit, presidente di Endemol France, Jean d’Arthuys, patron del fondo d’investimenti PAI e l’editore italiano De Agostini, e che aveva avanzato un’offerta inferiore a 25 euro per azione.

L’acquisto è un buon affare per John de Mol. Il co-fondatore di Endemol, con Joon van den Ende, aveva ceduto, nel 2000, la sua società di produzione a Telefonica per 5,5 miliardi di euro. Sette anni più tardi, ne torna proprietario per meno di 3 miliardi di euro. Il trio vincente dovrà inoltre lanciare un’offerta pubblica d’acquisto (OPA) sul 25 % di Endemol messo in borsa da Telefonica. Il consorzio ha anticipato che investirà al massimo 486 milioni di euro. Una manna supplementare per John de Mol che ha riscattato in borsa il 5,5 % di Endemol. Mediaset, de Mol e Goldman Sachs dovrebbero controllare in parti uguali la società di produzione.

SFORTUNA

L’acquisto è anche una buona operazione per Mediaset. Oltre una diversificazione internazionale, Silvio Berlusconi fa dimenticare lo scacco subito, l’anno scorso, riguardo l’acquisto dei canali tedeschi ProSiebenSat.1. Forte di un terzo della società di produzione europea, il magnate italiano deterrà un buon osservatorio sulle nuove tendenze in materia di programmi televisivi.

Per contro, la vendita di Endemol rappresenta una nuova sfortuna per Stéphane Courbit dopo lo smacco per l’affare Sportfive, venduto a Lagardère. Questa delusione suscita interrogativi sull’avvenire di Courbit alla guida di Endemol France. I nuovi proprietari potrebbero proporgli di restare al proprio posto o di divenire “manager-azionista”, cedendogli una parte di capitale. Tuttavia Courbit “può anche partire”, si vocifera nel suo entourage. Quest’incertezza aveva condotto TF1, primo cliente di Endemol, a rinnovare per soli due anni un contratto della precedente durata di cinque anni.

G. D., LeMonde.fr, 16.05.2007
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Endemol sarà riscattata dal gruppo di Silvio Berlusconi.

14 05 2007

Alla fine di una “intensa competizione”, Telefonica ha finalmente scelto di cedere Endemol – inventore del reality – ad un consorzio diretto da Mediaset, il gruppo televisivo italiano controllato dalla holding di Silvio Berlusconi, in associazione con John de Mol, cofondatore di Endemol, e la banca Goldman Sachs.

Telefonica, gigante spagnolo delle telecomunicazioni, precisa di aver sottoscritto un accordo per la vendita al prezzo di 2,629 miliardi di euro della sua partecipazione, pari al 99,7 %, dell’Endemol Investment Holding, che detiene il 75 % della casa di produzione Endemol NV. L’accordo concluso presuppone una valorizzazione di 25 euro per azione Endemol e un plusvalore per Telefonica vicino ai 1,4 miliardi di euro in rapporto all’ultima chiusura del titolo ad Amsterdam. Il gruppo spagnolo appare tuttavia in perdita, in quanto aveva sborsato 4,79 miliardi di euro nel 2000 per accaparrarsi il gruppo di produzione audiovisiva olandese.

Due altri consorzi erano in lizza per l’acquisto della casa madre della trasmissine “Big Brother”. Il più serio concorrente di Mediaset era rappresentato dal patron di Endemol France, Stéphane Courbit, e da Bernard Arnault, l’uomo più ricco di Francia, sostenuto dal fondo PAI e dal gruppo italiano De Agostini.

LeMonde.fr, 14.05.2007
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